435 giorni dall' inizio del viaggio intorno al mondo

Il Bastione Giallo

Ad esempio, se fossi al mercato, borseggerei qualcun altro, non te! Tutti sanno che agli Italiani non piacciono le regole e sono sospettosi, quindi sceglierei qualcun altro!” disse il nostro anfitrione. “Prendi gli Svedesi, per esempio! Sono così ingenui che gli fai un favore a derubarli! Ah ah ah ah ah!”

L’ ingresso in Bosnia Erzegovina

Il nostro primo giorno a Sarajevo non è iniziato male: per la prima volta da chissà quanto, il nostro aereo è decollato intorno alle 10 del mattino, che è ben 4 ore più tardi del solito. 
Dormire è importante quanto l’ossigeno e il WiFi, perciò quando abbiamo fatto finta di svegliarci e abbiamo preso l’autobus verso l’aeroporto alle prime luci dell’alba, invece che nel cuore della notte come d’ abitudine, era ovvio che si trattava di un meraviglioso inizio di un viaggio assolutamente senza problemi in Bosnia Erzegovina, teatro della sanguinosa guerra civile dell’ Ex Yugoslavia.

Non c’era nessuno a fare escursioni in montagna, curiosamente.

Temiamo i tassisti tanto quanto la cartella delle tasse, e poiché il nostro budget per il viaggio intorno al mondo sarà piuttosto minimalista, abbiamo deciso di rendere il giro in Bosnia Erzegovina il più economico possibile. 
E quando la prima attrazione è a pochi chilometri dall’ aeroporto, che problema c’è a fare una piccola escursione, zaini sulla schiena?

 

Circa un paio d’ore dopo, a 40 e rotti gradi  e un livello di umidità confortevole per un ippopotamo, siamo finalmente arrivati ​​al Tunnel della Speranza. Situato nel villaggio di Butmir (un gruppo di case, due negozi di alimentari, un sacco di bar shisha), collegava Sarajevo con il resto dei territori liberi Bosniaci, mentre l’esercito Serbo assediava la città. 
É stato scavato sotto l’ aeroporto, all’ epoca occupato dalla NATO, ed è stato usato per trafficare cibo, aiuti e armi alla popolazione fino alla fine del conflitto. L’altro capo del tunnel era situato da qualche parte nel villaggio di Dobrinja, che è più vicino alla città, da cui il nome in codice “DB”. Era anche l’unica via d’uscita per i civili, poiché gli ordini per le forze alleate erano “nessuno esce” e per i Serbi circostanti “nessuno sopravvive”.  

Quattro anni così.

Un giretto in cittá

Ormai le nostre bottiglie d’acqua imploravano pietà, e con la paura che l’arresto cardiaco fosse dietro l’ angolo, abbiamo optato per una soluzione inaudita. Abbiamo raggiunto la “vicina” stazione del tram e abbiamo addirittura comprato un biglietto per il centro città di Sarajevo. Dopo aver realizzato che la nostra fermata non sarebbe stata il centro commerciale “City Center” ma il piú “local friendly” Baščaršija, abbiamo iniziato la nostra escursione verso quell’oasi di salvezza che era il nostro Bed & Breakfast.

Il Mercato Vecchio all’ alba.

Con piacere e sorpresa per i nostri corpi prossimi al collasso, abbiamo scoperto che Sarajevo è disposta su una serie di colline, trasformando una bella passeggiata verso il B&B in un’odissea biblica in compagnia di un sole spietato e dei nostri vecchi e affidabili zaini, progettati per prevenire qualunque forma di ventilazione sulle nostre schiene.

Il nuovo Ponte Latino, dove il Duca Ferdinando é stato assassinato.

Ma alla fine, contro ogni pronostico, siamo arrivati vivi al nostro B&B.
Una graziosa casetta, ovviamente su una collina, con un secondo piano trasformato in una sorta di piccolo hotel. Siamo stati accolti dal proprietario e invitati subito per una piccola chiacchierata a base di tè e domande obbligatorie: chi siete, cosa portate, sí ma quanti siete, eh sì lavorare è terribile e viaggiare è fantastico, lascia che ti dica qualcosa su come borseggiare i turisti. Apparentemente, gli Italiani hanno una reputazione come persone astute e generalmente allergiche alle regole, e questo li rende un po’ più vigili rispetto ai cittadini più rispettosi della legge.
In particolare ai rispettosissimi Svedesi.

Chissá perché tutta questa preoccupazione.

La piccola Gerusalemme

Dopo un rapido pisolino e un doppio controllo che i nostri oggetti di valore fossero al loro posto, eravamo finalmente pronti per un bel giro di esplorazione di Sarajevo.
Piú che un tour organizzato in modo meticoloso e professionale é stata una caccia alla prima fonte di nutrimento possibile, bava alla bocca e ringhi ferali a farci da guida.
Nel Vecchio Mercato abbiamo trovato immediatamente ciò di cui avevamo fortemente bisogno: negozi su negozi di delizie dei Balcani, piccole meraviglie culinarie con quel giusto equlibrio di gusto e carboidrati che manda insieme al settimo cielo le papille gustative, l’ anima e il colesterolo.

Ecco a voi Burek, noto come “é difficile essere vegani nei Balcani”.

Un’ abboffata svergognata e un caffè Bosniaco più tardi ci siamo imbarcati in qualcosa di meno bestiale: una caccia al tesoro nel quartiere storico, in due parti.
Sarajevo è la dimora di una marea di edifici religiosi di ogni tipo: la città é costellata di minareti e in ogni strada si trova almeno una chiesa di questo o quell’orientamento cristiano, spesso di fianco a una sinagoga.
Bosnia Erzegovina ha fatto parte dell’impero Ottomano per quattro secoli, da qui la grande percentuale odierna di credenti musulmani, e lo splendore delle moschee piú antiche fornisce un’ ottima ragione per un’ esplorazione dettagliata della localitá.


La seconda parte della nostra caccia al tesoro era più “occhi per terra”, nel tentativo di trovare il maggior numero delle famigerate Rose di Sarajevo.
Durante i quattro anni di conflitto, la città è stata massacrata da una pioggia quotidiana di proiettili di mortaio e altri esplosivi, lasciando un’ondata di distruzione per le strade tutt’ora ben visibile in molti punti.
Alcune di queste rovine sono state peró conservate come monumenti: oggi è possibile vedere sul cemento alcuni segni rossi, che rappresentano il punto di atterraggio delle munizioni Serbe e un’idea di ciò che è successo al momento dell’ esplosione.

 

Immagina di essere a caccia di Burek, quando all’ improvviso…

Dopo il crepuscolo

Alla fine, dopo una lunga giornata di esplorazioni, caffé Bosniaci e burek, abbiamo potuto iniziare a camminare in salita senza aver paura di trasformarci in una pozzanghera di sudore. Con il favore delle tenebre e una leggera brezza serale a coccolarci, ci siamo buttati verso l’ ultima tappa della giornata.

Foto di Damien Smith di Londra, Regno Unito – FortressUploaded by Smooth_O, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=6954459

 

Il bastione fu costruito come punto di difesa contro gli Austro-Ungarici e fu soprannominato “Giallo” per via della pietra arenaria utilizzata per la costruzione.
Dove un tempo erano piazzati cannoni e artiglieria, oggi la gente va a bere l’ aperitivo e fare selfie con la vista della città tutto intorno.
La via più diretta per raggiungere il bastione ci ha portato nei pressi di una casa derelitta e abitata dai più teneri gattini randagi di sempre, e di un immenso cimitero islamico, con due o quattro colonne bianche per delimitare il perimetro di ogni luogo di sepoltura. Centinaia di colonne bianche, posizionate perfettamente una accanto all’altra sul lato della collina, come un piccolo esercito di immacolati soldati in miniatura.
Dopo un po’, la nostra fatica è stata molto ben ricompensata.
In cima al bastione si possono vedere la città nella valle e gli altri insediamenti sparsi sulla corona di gigantesche montagne che circondano Sarajevo, che tutti insieme formano una catena ininterrotta di piccole lucette multicolore, come uno sciame di bolle di sapone incollate al suolo. Nemmeno trent’anni fa, sarei stato in mezzo a una delle zone di morte piú sanguinose al mondo, eppure in quel momento sembrava uno dei luoghi più pacifici del globo.
Era una prova vivente che ogni ferita può essere curata e ogni rovina puó essere riparata, e con speranza e tenacia ogni difficoltà può essere, eventualmente, superata.
Peccato che non ci fossero stelle cadenti, quella sera. Ma almeno c’era il Burek.

In basso a destra, il cimitero islamico.

Qualche profondissima riflessione e gattini randagi piú tardi ci siamo incamminato verso il B&B, e cosí finí il nostro primo giorno in Bosnia Erzegovina. 
Con tutti i nostri oggetti di valore sempre al loro posto.

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